giovedì 8 settembre 2011

A giardini naxos il musical West side story



Al Teatro Nuovo nell’area archeologica di Giardini Naxos, con inizio alle 21,30, il compositore e giornalista milanese Luigi Di Fronzo dirigerà l’orchestra del Sicilia Opera Festival (il mini festival creato dal direttore d’orchestra milanese, che il 9 e 10 settembre al Teatro Antico di Taormina ospiterà “Tosca” e “Traviata”) in West Side Story di Leonard Bernstein. Coordinatore dell’evento il maestro Alberto Veronesi. West Side Story è un musical, frutto della collaborazione tra Leonard Bernstein, il famoso compositore e direttore d’orchestra, Arthur Laurents (soggetto) e Stephen Sondheim (testi). Lo spettacolo debuttò al Winter Garden Theater di Broadway nel 1957 dove fu poi replicato ben 732 volte. Le musiche di Berstein sono molto popolari, basti ricordare Something is coming, Maria, America, Somewhere, Tonight, I feel pretty, Cool. West Side Story fu anche proposto in versione operistica nel 1984 con Kiri Te Kanawa nel ruolo di Maria, José Carreras in quello di Tony, Tatiana Troyanos come Anita, Kurt Ollman come Riff mentre Marilyn Horne cantò "Somewhere" in un personaggio secondario. Questa versione ha vinto un Grammy Award nel 1985. Per questa serata siciliana, West Side Story sarà invece proposto in forma di concerto, con 200 artisti sul palco tra orchestra e coro. L’orchestra del Sicilia Opera Festival – qui al suo debutto prima dell’impegno operistico del fine settimana - racchiude professori d’orchestra e artisti di formazioni e cori stabili siciliani. Ingresso libero.

sabato 3 settembre 2011

Lugano - Festival


Progetto Martha Argerich - 8-30 giugno 2011
ecco il link

La gran señora della musica

di Sergio Sablich
Quello di una pianista che non suona più da sola in recital da tempo immemorabile e che continua tuttavia a essere un mito è un caso alquanto singolare. Stiamo parlando di Martha Argerich, la gran señora della musica, una delle personalità più intriganti e ineffabili che sia dato incontrare. Impossibile intervistarla: "Un'intervista? E per dire che cosa? Amo suonare il pianoforte. Ma non mi piace essere una pianista. Davvero non voglio esserlo, anche se è la sola cosa che più o meno so fare", dice. Parrebbe un ragionamento complicato, e invece non lo è. Anche perché tutto quello che Martha (così la chiaman tutti) fa e dice ha la naturalezza della semplicità. Ma mai della banalità. La prima cosa che sembra stupirla è di essere al centro dell'attenzione, anche se è ben consapevole di avere un appeal fuori del comune, da sempre.
Un fascino incomparabile, di donna e artista al tempo stesso. Ma tutto quello che è stato costruito intorno al suo personaggio pare non riguardarla, e non interessarle affatto. Per esempio, la fama di essere una pianista che non sai mai se suonerà, una specie di detentrice dei record delle cancellazioni e delle rinunce all'ultimo minuto, come il suo grande maestro Arturo Benedetti Michelangeli. Bizzarria o che altro? Ma anche di questo Martha non sembra rendersi conto. "Non ho mai obbligato nessuno a invitarmi. Non ho mai disdetto un impegno per la semplice ragione che non firmo mai contratti. E quindi non mi sento costretta a suonare se non me la sento. È semplice, no?". In realtà non è così semplice. Il mito non sarebbe tale se non sottintendesse qualche mistero, di quelli che invitano a elucubrare. Martha è un personaggio complesso, una sorta di scatola cinese che a ogni apertura rivela una sorpresa: apparentemente forte, energica, tutta d'un pezzo, nasconde timidezze, insicurezze, nevrosi e contraddizioni che la rendono inesplicabile. Un misto di leggerezza e gravità insondabile, molto attraente, allo stato naturale, tutt'altro che artefatto.

Forse proprio per questo una delle carriere più folgoranti che si ricordino (vincitrice a sedici anni del concorso di Ginevra e del Busoni a Bolzano, a ventiquattro del leggendario Chopin di Varsavia) si è venuta sviluppando per successive sospensioni e arresti. Conseguenza, le une e gli altri, non soltanto di un'idea della musica che evidentemente non si esauriva nei trionfi del successo, ma anche di una concezione della vita che reclamava i suoi spazi e le sue libertà. L'equilibrio parve spezzarsi per richiedere più avanzate motivazioni. Argerich, un nome che da solo riempiva le sale di tutto il mondo, dominava il mercato discografico e il jet-set della pubblicità, scomparve a poco a poco senza essere mai del tutto dimenticato, per riapparire poi in una nuova veste, quasi con umiltà e discrezione: frutto non di un conto, ma di un'intima necessità. La decisione di rinunciare a esibirsi da solista (contraddizione in termini per un pianista) non fu mai annunciata, avvenne di fatto. Non più recital con gli autori che l'avevano resa famosa (Chopin, Schumann e Ravel su tutti), ma presenze limitate alla musica da camera, ai concerti con orchestra, e sempre ed esclusivamente con partner con cui si fosse instaurato, se non un connubio nella vita privata, almeno una stretta consonanza personale.
"Ho un grande bisogno di compagnia quando sono su un palcoscenico. Suonare da sola mi fa sentire isolata, esclusa, ed è una sensazione dura da sopportare. Forse dipende dal fatto che a Buenos Aires da bambina non sono mai andata a scuola, mi esercitavo da sola per ore e ore, senza giocare con i miei coetanei. E di questo ho sofferto molto nell'infanzia. Fare musica con altri mi risarcisce di queste mancanze, mi dà un feeling speciale".

Da queste esperienze è nata una specie di consorteria, di club esclusivo, del quale sono entrati a far parte nel corso del tempo artisti eccentrici e altrettanto estrosi come il violinista Gidon Kremer e il violoncellista Mischa Maisky, compagni di vita del pari un po' nevrotici come il pianista Stephen Kovacevich e il compositore Alexander Rabinovitch, presenze rassicuranti come il pianista Nelson Freire e il direttore d'orchestra Charles Dutoit, suo ex marito. Tutte parti dell'esistenza di Martha stessa, quasi elementi vitali indispensabili al suo continuare a fare musica. Che trova proprio in questi giorni una specie di consacrazione ufficiale nel Progetto Martha Argerich, sorto a Lugano nell'ambito di Lugano Festival: per una settimana, dal 23 al 30 giugno, la Argerich suonerà rutti i giorni spaziando attraverso un repertorio vastissimo (con alcune prime esecuzioni mondiali) in compagnia di artisti rinomati (i fratelli Capuçon, Dora Schwarzberg, Mikail Pletnev e Lilya Zilberstein, per citarne solo alcuni), presentando nel contempo una rassegna di giovani pianisti scelti da lei stessa. Un'iniziativa di eccezionale rilievo, di cui la Argerich è di nome e di fatto la protagonista assoluta. E c'è da credere che solo per sentirla suonare in tale concentrazione di eventi accorreranno in molti da ogni parte del mondo.
Si direbbe dunque che la Argerich rifugga l'isolamento e la solitudine che sovente attanagliano il grande concertista e non senta il richiamo smisurato dell'ego che altrettanto spesso ne nutre le ambizioni. Eppure si conoscono pochi artisti che abbiano la sua personalità, il suo temperamento, il suo carisma: un insieme di brillantezza, comunicativa, eleganza, senso poetico, umorismo, freschezza, magnetismo, genialità. E, trasferite nelle misure dell'arte, civetteria e femminilità in grado supremo, unite a una bellezza proverbiale, zingaresca e selvaggia, miracolosamente rimasta intatta con il passare degli anni (61 appena compiuti, e tranquillamente dichiarati). Questa donna vulcanica e mercuriale che sembra fatta per farsi adorare disse una volta: "La mia vita è un casino, credo di non essere nata per l'amore. Ogni volta che ti danno il caviale, ti tolgono il pane". Le sue relazioni burrascose si sono sempre intrecciate con le vicende della vita artistica (tre figlie femmine da due compagni-artisti diversi), ma sono rimaste come avvolte in un alone di felicità impalpabile e riservata. Eppure afferma di non aver mai sentito attrazione per uomini con i quali non avesse una consanguineità artistica: protrattasi e sviluppatasi anche una volta finita la passione, come se quella fosse la realtà più vera di un destino. E scorgi un filo di amarezza, di fatalismo nelle confessioni di un essere in fondo fragile e indifeso: così va la vita, ed è difficile. Ma è della vita, più che dell'arte, che ama parlare nei rari momenti nei quali, in modo del tutto informale, si sbottona. Ancora sull'ossessione della solitudine: "Meglio male accompagnati che soli". Sulla carriera: "Non amo né le critiche né gli elogi". Sulle aspettative del pubblico: "Volete che suoni come un porcellino o come un cavallo pazzo?". Sul denaro: "Ne ho avuto pochissimo, poco e molto. Non è cambiato nulla". Sulla vita in generale: "Deve essermi mancata qualche prova per giungere a capirla". Sulla vecchiaia: "Mi piacerebbe diventare una vecchia piuttosto ridicola". E intravedi in questo inquieto manifestarsi del talento appeso a un filo e minacciato dal disordine una strana voglia di normalità.

La ragazza partita dall'Argentina alla conquista del mondo e rimasta sempre un po' quella fanciulla senza briglie in crisi con se stessa e con la vita parla con entusiasmo, illuminandosi, degli incontri che l'hanno segnata artisticamente e umanamente. Anche se ormai appartengono al passato, e in molti casi sono legati a pensieri tristi, di persone scomparse. "Horowitz? La cosa migliore che sia mai arrivata al pianoforte". Ricorda Dino Ciani, morto prematuramente a trentatré anni, come "una persona di una sensibilità estrema, cristallina, che metteva quasi paura". Ma i suoi maestri, anzitutto, che cosa le hanno insegnato? "Qualcosa di più importante che a suonare materialmente il pianoforte. Friedrich Guida era un artista che guardava oltre, un genio della curiosità e della ricerca, l'ho ammirato per questa sua insaziabile voglia di sperimentare, di scoprire il senso nascosto della musica. Da Arturo Benedetti Michelangeli avrò avuto sì e no quattro ore di lezione. Ma stando a lungo con lui ho imparato la musica del silenzio". C'è poi la fedeltà verso amici oscuri conosciuti qua e là per il mondo, ma rimasti nel suo cuore generoso, e quella per grandi artisti con i quali ogni nuovo incontro è una gioia. Come Abbado. "Claudio, come sta Claudio? È terribile quello che gli è accaduto. Ma ha dentro di sé una tale energia che supererà anche la malattia. Lui è fortissimo". Suoneranno insieme il Concerto per pianoforte e orchestra di Ravel, un loro cavallo di battaglia fin dai tempi della gioventù, il 29 agosto a Bolzano, per Bolzano Estate: un altro appuntamento da non perdere assolutamente.
Martha, come Abbado, ama circondarsi di giovani. Il numero di pianisti che chiedono di studiare con lei è ovviamente altissimo, e lei non sa dire di no: li riceve e li ascolta, soprattutto li illumina con la sua presenza. Ma neppure attorno a questa corte di ammiratori estasiati che la chiama per nome e che pendono dalle sue labbra per carpire un segreto v'è traccia di affettazione: tutto avviene con spontaneità, e in mezzo a una buona dose di improvvisazione e di confusione. L'atmosfera è elettrizzante, ma non sapresti dire perché. Assoluta mancanza di metodo, di regole, di schemi, un pianoforte e via, succeda quel che deve succedere. Se la luce non si accende, è inutile continuare. Ma se la fiammella si agita, ecco che l'impulso si trasmette quasi violentemente e provoca una catena di reazioni inimmaginabili. La scintilla può scoccare da un nulla, e di lì allungarsi in una scia luminosa che accende il pezzo e trascina via con sé sulle ali della musica. A volte sembra che una carica di energia positiva si comunichi direttamente all'allievo, e l'allievo suoni come spinto da un fluido misterioso che proviene dal fatto che lei sia lì ad ascoltare. Momenti magici di un attimo fuggente: chissà se riusciranno poi a sedimentarsi in qualcosa di definitivo fuori da quelle condizioni.

Per Martha Argerich si sono usati gli epiteti più diversi: inafferrabile, indomabile, inaccessibile, impenetrabile, capricciosa, impossibile. Mai però una volta che qualcuno li abbia caricati di significati negativi: comunque si comporti, la signora resta sempre capita e amata, anche dal pubblico e dagli organizzatori. Il che è singolare in un mondo basato, come quello della musica, su interessi pressanti, attese fanatiche e calendari che non danno scampo. Se la Argerich annulla un concerto, è grave, ma per così dire giustificato: avrà avuto le sue buone ragioni, e sono ragioni che non si discutono, sono ragioni forti, incorruttibili. Non v'è ombra di calcolo quando succede, è nella natura imprevedibile delle cose. E non conta che in ballo ci siano cachet favolosi (è ben pagata, questo sì) e sale esaurite da mesi. Anche perché può accadere esattamente il contrario, ossia che accetti di programmare un concerto a poche settimane di distanza se ci sono le condizioni giuste e un amico, o un gruppo di amici, da aiutare o accontentare; in tal caso può suonare anche per compensi puramente simbolici, e nei luoghi più ignoti. Per il piacere di fare musica insieme, è chiaro, ma anche perché il concerto, quel concerto, rientra nella sfera più piena di un'intima convinzione: che possa essere un momento nel quale la vita acquista valore e dia una sensazione di felice complicità. Per quanto Martha Argerich sia lontanissima dal modello del pianista intellettuale, e sia semmai un caso sensazionale di emotività trascesa in consapevolezza intuitiva dello stile, c'è in tutti i suoi atti un ragionamento d'affetti che non è affidato alla casualità. E questo si percepisce anche quando suona, collegando fantasticamente il frammento alla totalità.
Cogliere il punto centrale di questo mistero significa capire il fenomeno Martha Argerich. La bellezza che si sprigiona dalla sua figura, la tecnica favolosa di cui è in possesso, la naturalezza del suo fare musica, ispirato e scapricciato, sono soltanto la superficie di un'anima che non mette in mostra queste doti per farsene bella, ma le indirizza verso un senso poetico di precarietà e di fragilità intimamente vissuto e trasfigurato. Se compito dell'arte è fare domande senza dare risposte definitive, Martha fornisce risposte ad altre domande, all'infinito, determinando però quel momento magico nel quale una risposta esiste ed è bellissimo sentirsela dire compiutamente. Forse questo paradosso è possibile soltanto in un'arte per sua definizione riproduttiva come la musica, nella quale l'interprete è il tramite tra ciò che è fissato sulla carta una volta per tutte e ciò che viene ricreato ogni volta in modo diverso. Ma di questo paradosso Martha Argerich è la dimostrazione vivente. Un'incarnazione nella metafora artistica dell'"eterno femminino" che trae verso l'alto, o più semplicemente la pianista predestinata che non volle farsi regina, per rimanere una donna normale, ma non qualsiasi.

mercoledì 31 agosto 2011

La musica nel cuore

A rischio l'accademia, anticamera del Conservatorio
di patrizia Pintus

Cesano maderno Dicembre 2010 - Le poltroncine azzurre della sala di rappresentanza del palazzo Borromeo sono tutte occupate: nelle prime file l'ètà media e lo stile sono quelli della signora in giallo, ma via via che si va verso il fondo, le eleganti camicie e le acconciature curate lasciano il posto ai jeans ed alle magliette colorate dei ragazzi. C'anche Matilde , 7 anni, violino che prende già lezioni d'orchestra. Michele Spotti fa il suo ingresso fra gli applausi e il concerto per violino e pianoforte op 61 di Beethoven ha inizio. Il sole entra dalle vetrate del giardino all0italiana del conte Bartolomeo Arese, tra i viottoli si rincorrono i bambini, le famiglie cercano un po di fresco tra i carpini e le fontane. Michele ha 16 anni ed ha cominciato a studiare da piccolissimo alla Civica accademia musicale sperimentale di Cesano maderno diretta da Aida Fino, seguito dai maestri Luigi Azzolini e Claudio Pavolini. Oggi studia al Conservatorio di Milano cn il maestro Daniele Gay, si stà preparando al diploma e fa parte del Quartetto del maestro Tarenzi e del gruppo di musica da camera di Emanuela Piemonti. E' Lui uno dei protagonisti dei cantieri musicali. La rassegna organizzata dalla sua accademia sotto l'affresco settecentesco Aurora e il carro di Apollo.
Oggi la civica Accademia di via Ceraticonsiderata da molti l'anticamera del conservatorio per la qualità dei suoi corsi, voluta caparbiamente dalla giunta ponti di centro - sinistra come un fiore all'occhiello dopo una decennale esperienza a seveso e gestita direttamente dal comune, è ridotta ai minimi termini e rischia di diventare una scuola per pochi eletti. Le aule sistemate e insonorizzate son o semi deserte. Da quelle delle lezioni propedeutiche per i bambini di quattro anni a quelle degli studenti più grandi che possono scegliere tra flauto, clarinetto, sassofono, chitarra, pianoforte, pianoforte jazz, violino, viola, e lettura della musica. Allievi semplicemente appassionati o anche vicini alla professione che si preparano ad audizioni pubbliche, a concerti, a concorsi nazionali ed internazionali. O che arrivano da tutti italia richiamati dalle Masterclass. Nell'arco di un'anno le rette sono raddoppiateda 70 a 13 euro al mese e le iscrizioni sono crollate da 130 a 60. Per i nuovi inquilini di centro destra a palazzo arese è solo una questione di bilancio, d soldi, insomma: con i tagi voluti dal patto di stabilità le spese di gestione della scuola sono diventate insostenibili. Ciò che ha messo in dubbio l'esistenza stessa di questa istituzione. Tanto che le lezioni sono partite con fatica a Novembre invece che ad ottobre: nell'incertezza la metà degli alunni se ne è andata, chi in altri comuni, chi a causa delle tariffe diventate troppo salate, un totale di 1180 euro per sette mesi di lezione di musica. Sono rimasti invece gli insegnanti, una dozzina, nonostante la decurtazione dello stipendio del 10% stabilita dalla giunta. Tutti i maestri di alto profilo, con trenta anni di esperienza, in gran parte docenti di conservatorio o elementi della scala: dalla prima viola Terracura Hiroshi al primo ottavino Peppino Rocca, fino ad Armando Burattin, ottanta anni, che ha conosciuto Heinstein, Bresnev, ed ha suonato con Toscanini. Ed è rimasto anche il direttore artistico Aida Fino, l'anima della scuola. E con Lei un gruppo di mamme compatte e determinate a far tornare a vivere questo piccolo conservatori nel cuore della Brianza e non farlo diventare una scuola d'Elite.
Così armate delle migliori intenzioni si sono mobilitate in Consiglio comunale e costituite in associazione senza fini di lucro per potere gestire da sole l'istituzione. L'obiettivo era sgravare il comuni di alcuni costi e attivare forme di finanziamento alternativo in modo di non far pesare troppo sulle famiglie il mantenimento della scuola - spiega la portavoce - Lorenza Zorloni. Ci saremmo attivati per reperire fondi da soponsor e fondazioni e abbassare così le tariffe. Ma la proposta non è passata e le redini sono rimaste municipali. Allora abbiamo cercato di far conoscere meglio le attività dell'accademia, suonando anche nelle scuole e volantinando in piazza per raccogliere il maggior numero di iscrizioni. Ma la gestione resta una voce in rosso per il comune e il problema della sopravvivenza dell'accademia si ripropone: l'anno scorso 140.000 euro, quest'anno la previsione di 110.000 . Il comune è in grado di sostenere una spesa ,assima di 39.000 euro tra strutture , utenze e personale, il resto bisogna spalmarlo sulle rette. Di un mese fa le mozioni di maggioranza e opposizione per consentire alla scuola di sopravvivere con una rettifica di bilancio. In settimana l'annuncio che ilBilancio non è passato e che arriverà il commissario. Le mamme ci sperano: il 29 ci sarà la consegna delle borse di studio e l'openday. Il 30 il conserto di fine anno in sala aurora Non è solo questione di soldi. La cultura fa parte del bagaglio di una società, noi ci crediamo, sottolinea Lorena Zorloni.

lunedì 29 agosto 2011

Conservatorio, così muore la musica

Nel chiostro del Conservatorio di Milano Sonia Bo, il nuovo e primo direttore donna nella storia dell’Istituto, ci spiega che il periodo è negativo in tutta Europa. In questa situazione generale, la sua scuola ha anche dovuto cambiar pelle. Con la riforma, infatti, i conservatori si sono trasformati in Università a tutti gli effetti. Chi prepara ora gli studenti prima dell’ingresso al conservatorio-università?
«Ci è stato concesso, in questa fase di passaggio, d’istituire dei corsi pre-accademici - racconta Emanuele Beschi, Rappresentante del Ministro nel Comitato Nazionale per l'Apprendimento della Musica -. È chiaro che non ci si può presentare alle selezioni per un’università della musica senza una solida preparazione alle spalle. Ma ad oggi, partito il primo ciclo, i licei musicali e coreutici sono troppo pochi per soddisfare la domanda: le richieste sono state circa 30mila e ne sono stati aperti solo 40. È previsto, poi, l’insegnamento solo di alcuni strumenti come pianoforte, chitarra e raramente violino e violoncello. Inoltre, con la riforma non si prende in considerazione la fascia d’età precedente le scuole media con indirizzo musicale o i licei. C’è poi un discorso qualitativo: non si è riusciti a fare un buon reclutamento dei docenti per i licei. Bisogna istituire dei concorsi per gli insegnanti, ma per ora non è così». A Beschi fa eco il direttore Sonia Bo: «In Italia, rispetto all’Europa, la musica è sempre stata una cenerentola. Il nuovo problema, però, è che purtroppo la riforma è stata fatta a costo zero: abbiamo dovuto arricchire l’offerta formativa, ma ci servirebbero più fondi per non penalizzare la qualità dell’insegnamento. È difficile essere ottimisti: tra i conservatori europei l’Italia è quella più penalizzata dai tagli. A questo punto la ricetta per sopravvivere è cercare sempre più sponsorizzazioni da parte dei privati, facendo crescere la produzione interna al conservatorio». Per capire la situazione nel mondo del lavoro basta andare sul sito internet Musicalchairs.info. dove si trovano tutti i bandi di concorso per musicisti: ogni offerta compare dopo aver cliccato sul relativo strumento. Bene, in Germania si possono leggere almeno dieci bandi per strumento; in Italia, nessuno. «La musica da noi non è un lavoro»: così si confida C., un musicista italiano. Che non se la passa tanto male: lavora per una delle orchestre più prestigiose del Paese. Ha quasi quarant’anni, C., ed è entrato in conservatorio negli anni ’80. «Il problema è quello che succede dopo il conservatorio, quando inizi a tentare i concorsi. Complice la crisi, ci sono solo audizioni, mai assunzioni. L’orchestra della Scala, della Rai e del Santa Cecilia di Roma erano praticamente le uniche a proporre concorsi a tempo indeterminato. Ma per i prossimi sette o otto anni, per quanto riguarda il mio strumento, non ci sarà più nulla. Manca un vero e proprio ricambio. Chi si diploma ora deve necessariamente andare all’estero per avere una professione fissa e stabile. Attenzione, però: il lavoro fuori c’è, ma bisogna essere davvero molto bravi». L’Italia dà l’uno per cento del suo Pil alla cultura, la Finlandia l’undici. «È un mestiere in via d’estinzione: stiamo rischiando di diventare il terzo mondo della musica».
di Giulia Dedionigi

domenica 28 agosto 2011

Come cambiano i Conservatori con la riforma Gelmini

Conservatori, molto rumore per una riforma




intervista a Sonia Bo primo direttore donna nella storia del Conservatorio di Milano



Un bambino, di fronte a noi, cammina trascinandosi sulle spalle un violoncello. Pochi passi più avanti, sulla sua destra, passa accanto al busto in bronzo di Giacomo Puccini. Siamo nell’antico chiostro del Conservatorio. È un freddo giovedì di dicembre. A Milano si è svolta da qualche giorno la prima scaligera. Un’apertura che si ricorderà per il red carpet colmo di studenti provenienti da tutta Italia in protesta per i tagli che, ad ogni latitudine, hanno colpito la cultura. Ci accoglie Sonia Bo, il nuovo e primo direttore donna nella storia dell’Istituto. «E’ un momento negativo in tutta Europa - ci spiega - e anche il Conservatorio deve prendere le contromisure».

«Il nostro ordinamento prevedeva studi divisi per sezione su corsi decennali – racconta Emanuele Beschi, rappresentante del Ministro nel Comitato nazionale per l'apprendimento della musica - con esami importanti al quinto, ottavo e decimo anno. Con la riforma i Conservatori si trasformano in Università a tutti gli effetti con un triennio e un biennio che permettono di ricevere un diploma accademico con valore di laurea. Sono stati approvati definitivamente i trienni ordinari, ma i bienni esistono solo in forma sperimentale. È una fase di transizione in cui c’è ancora il vecchio ordinamento ma, contemporaneamente, è già in funzione il nuovo. Tempi e scelte dettati dalla politica».

Ma se la legittimità del cambiamento del piano di studi è dettata da una normalizzazione a livello europeo, chi prepara gli studenti prima dell’ingresso al Conservatorio e all’Università? «Abbiamo insistito con il Ministro – Beschi che è anche insegnante di viola - affinché tutto il percorso storico e tradizionale dei Conservatori non fosse accantonato. Così, in questa fase di passaggio, ci è stato concesso d’istituire dei corsi pre-accademici. È chiaro che non ci si può presentare alle selezioni dell’università della musica senza una solida preparazione alle spalle».

Qual è allora la funzione dei licei coreutici musicali? «Questo è un nodo cruciale nella Riforma Gelmini. I conservatori non diventeranno mai un liceo perché sono stati equiparati all’alta formazione universitaria. Ma ad oggi, partito il primo ciclo, i licei sono troppo pochi per soddisfare la domanda: le richieste sono state circa 30mila e sono stati aperti solo 40 di licei musicali. Non c’è la possibilità di soddisfare l’obiettivo primario, cioè l’ingresso al conservatorio. Inoltre, è previsto l’insegnamento solo di alcuni strumenti: pianoforte, chitarra, violino e violoncello. La riforma non prende in considerazione la fascia d’età precedente all’ingresso universitario. Un bambino deve iniziare a studiare pianoforte a otto anni, non a 12, durante la scuola media a indirizzo musicale o, peggio ancora, oltre i 15 anni, al suo ingresso al liceo. Infine, c’è il problema della qualità dell’insegnamento: nei licei non si è riusciti reclutare buoni docenti. Bisognerebbe istituire dei concorsi per gli insegnanti».

In quest’ottica il conservatorio rimane una valida alternativa al liceo coreutico musicale.
«Il conservatorio, secondo la riforma, è l’università della musica: non dovrebbe supplire all’assenza di strutture adeguate. Ma la nostra principale preoccupazione risiede nella mancanza di unitarietà e continuità nel percorso formativo che, così disegnato, sarà frammentato e qualitativamente inferiore. Manca la garanzia di una scuola di base. Si è verificato anche il problema della doppia frequenza: essendo a tutti gli effetti un’università, un nostro studente non può più essere iscritto, come è successo fino ad oggi, anche ad altri corsi post-diploma contemporaneamente al conservatorio. Oggi il Ministro sembra essere disposto a risolvere il problema per fare in modo che compositori o direttori d’orchestra possano ottenere parallelamente anche più di un diploma».

Il Conservatorio Giuseppe Verdi, che ha da poco compiuto duecento anni, è diventato parte integrante del sistema universitario, fa capo al Ministero dell’Università e della ricerca e ha creato da quest’anno anche una laurea in musicologia insieme all’Università degli Studi di Milano. Il direttore, Sonia Bo: «Ho concluso i miei studi di composizione nell’85, poi ho insegnato qui e ora, da novembre, sono stata eletta direttore». La Bo non nasconde le sue preoccupazioni: «In Italia, rispetto all’Europa, la musica è sempre stata cenerentola. Nella formazione scolastica l’educazione musicale non ha mai trovato uno spazio adeguato. Così, non si è mai formato un pubblico adeguato, capace di appassionarsi alle realtà musicali. Come direttore, vorrei rilanciare il Conservatorio per potenziare il suo contatto con le realtà internazionali. I nostri punti di forza sono la sperimentazione e la produzione, attraverso partnership, borse di studio, concerti, festival».

Con mille e settecento studenti, oltre 250 diplomi l’anno, 244 docenti e più di 67 percorsi di studio, è facile immaginare che un cartellone ricco di concerti e appuntamenti musicali è possibile. Un cartellone nel quale gli studenti sono coinvolti direttamente, dall’organizzazione all’esecuzione. Il sostegno al Conservatorio, però, viene anche da veri e propri “mecenati della musica”: privati, fondazioni ed enti di produzione musicale. Così l’istituto può vantare ogni anno l’assegnazione di premi e borse di studio.
«La riforma è stata portata avanti fatta a costo zero: abbiamo dovuto arricchire l’offerta formativa, ma ci servirebbero più fondi per non penalizzare la qualità dell’insegnamento. Ce la stiamo mettendo tutta, con un grande dispendio di energie da parte di tutti i docenti, che lavorano ben oltre le ore per cui sono stati chiamati ad insegnare. È difficile essere ottimisti: tra i conservatori europei, gli italiani sono quelli più penalizzati dai tagli».

tratto da Magzine. intervista di Giulia Dedionigi